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Il Vangelo della domenica
31 luglio 2011
In quel tempo, avendo udito [della morte
di Giovanni Battista], Gesù partì di là
su una barca e si ritirò in un luogo
deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo
seguirono a piedi dalle città. Sceso
dalla barca, egli vide una grande folla,
sentì compassione per loro e guarì i
loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono
i discepoli e gli dissero: «Il luogo è
deserto ed è ormai tardi; congeda la
folla perché vada nei villaggi a
comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse
loro: «Non occorre che vadano; voi
stessi date loro da mangiare». Gli
risposero: «Qui non abbiamo altro che
cinque pani e due pesci!». Ed egli
disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di
sedersi sull’erba, prese i cinque pani e
i due pesci, alzò gli occhi al cielo,
recitò la benedizione, spezzò i pani e
li diede ai discepoli, e i discepoli
alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono
via i pezzi avanzati: dodici ceste
piene. Quelli che avevano mangiato erano
circa cinquemila uomini, senza contare
le donne e i bambini.
(Mt 14,13-21)
La morte violenta di Giovanni il
Battista fu per Gesù un terribile colpo,
innanzitutto perché Giovanni era suo
parente, poi perché era stato proprio
lui ad intuire che Gesù aveva doti
profetiche durante un periodo di
appartenenza al suo gruppo di discepoli,
quindi perché lo aveva personalmente
“battezzato” sulle rive del fiume
Giordano e, infine, perché lo aveva
additato come agnello di Dio, che
toglie il peccato dal mondo,
invitando alcuni suoi seguaci (Andrea e
Giovanni l’evangelista) a seguirlo. Il
legame di sangue e, soprattutto, quello
spirituale tra Gesù e Giovanni Battista
era così forte da far dire al re Erode
Antipa, qualche tempo dopo questi fatti,
che Gesù era Giovanni resuscitato!
Profondamente rattristato per la
prematura scomparsa del Battista, fatto
decapitare da Erode Antipa, Gesù salì su
una barca e si fece traghettare dai suoi
discepoli in un luogo deserto. L’acqua
non lascia tracce ed il deserto è un
luogo inospitale. Quale modo e quale
posto migliore per eclissarsi e
sottrarsi alle attenzioni di una folla
fin troppo assillante? Gesù sentiva il
bisogno di stare da solo, di pregare e
di riflettere sul proprio destino. A
quanto pareva, il popolo eletto non
amava i profeti, specie se erano vivi e
vegeti e capaci di parlare per conto di
Dio, salvo poi essere rimpianti da
morti. Anche lui avrebbe fatto la stessa
fine di Giovanni? Molto probabile, ma
era anche altrettanto certo che egli non
avrebbe cambiato di una virgola il suo
comportamento ed il suo modo di parlare
di Dio, definito da alcuni come
originale, da altri come autorevole e
degno di un grande maestro, da altri
ancora come blasfemo e meritevole di
condanna alla pena capitale. Questi
ultimi appartenevano, ovviamente, alla
classe dirigente politica e religiosa
del popolo ebraico ed erano quelli che
avevano maggior voce in capitolo nel
Sinedrio, il tribunale religioso ed
amministrativo della nazione giudaica,
secondo per importanza all’autorità del
rappresentante di Roma, che in quel
momento era il procuratore Ponzio
Pilato.
Ma le folle, avendolo saputo, lo
seguirono a piedi dalle città.
Qualcuno doveva aver visto Gesù salire
sulla barca ed aveva annotato la
direzione presa dai rematori, deducendo
la destinazione del Maestro galileo.
Poche persone si erano potute permettere
di salire, a loro volta, sulle barche
dei pescatori rimaste all’ormeggio e,
dietro compenso, farsi traghettare sulla
riva opposta del lago all’inseguimento
di Gesù; gli altri, assai più numerosi,
dovettero adeguarsi a costeggiare a
piedi le rive del lago e, dopo un lungo
cammino, raggiunsero il luogo deserto
in cui Gesù si trovava tutto solo, in
disparte. Chi vuole incontrarsi col
Signore deve rassegnarsi a spremere un
po’ di sudore (inteso in senso
spirituale, ovviamente …) ed a fare
“deserto” dentro se stesso. Il chiasso
delle preoccupazioni terrene, degli
interessi quotidiani e del proprio
egoismo non è adatto all’incontro con
Dio, alla preghiera ed alla riflessione.
Sceso dalla barca, egli vide una
grande folla, sentì compassione per loro
e guarì i loro malati. Frequentando
i vari santuari del culto cristiano
sparsi per il mondo, ci si stupisce
della grande folla di pellegrini e di
malati nel corpo e nello spirito che,
ogni giorno, affronta disagi di ogni
genere per “chiedere la grazia” della
guarigione da una malattia o da un
profondo malessere spirituale o che, più
semplicemente, torna per ringraziare Dio
di aver ritrovato la pace del cuore. La
grande folla è uno spaccato di
umanità sofferente, che non conosce
limiti di tempo e di spazio; ovunque ci
sia un essere umano, c’è anche un
fardello di sofferenza che pende dalle
sue spalle quale compagno inseparabile
di vita. Gesù scese dalla barca,
sentì compassione di tutta quella
gente e guarì i loro malati. Dio
non aspetta che l’uomo lo vada a cercare
e gli si faccia incontro, ma prende
personalmente l’iniziativa scendendo
dalla barca della propria
condizione divina e prova compassione
per la sua creatura. Ci si immagina,
spesso, che Dio se ne stia
tranquillamente “lassù, tra le nuvole” a
godersi impassibile il panorama, salvo
causare or qua or là qualche sciagura o
catastrofe naturale a mo’ di punizione o
per sadico divertimento; ad un Dio
siffatto verrebbe voglia di dire “ma
che male t’ho fatto per trattarmi così?”,
ma il Dio di Gesù Cristo è ben diverso
da quello immaginato da chi ragiona in
codesto modo. Dio è sceso dalla barca
del suo paradiso e si è fatto uomo per
farsi incontro all’uomo e dimostrargli
la sua piena solidarietà, la sua
compassione (com-patire significa
“soffrire con” qualcuno per qualcosa),
al punto da guarire in modo gratuito e
generoso le sue “malattie”. Qualcuno
potrebbe obiettare che Dio non ha fatto
sparire la malattia dalla faccia della
terra, ma a questo compito devono
provvedere i medici e gli scienziati con
la collaborazione di politici
illuminati, capaci di investire soldi e
risorse per la ricerca e non per le armi
di distruzione di massa e, ad ogni buon
conto, la malattia è parte integrante
della vita di ogni essere vivente. Si
possono tecnicamente estirpare alcune
malattie dal pianeta, ma il loro posto è
preso da altri e più pestiferi malanni,
in parte favoriti da comportamenti umani
irresponsabili ed in parte causati dalla
natura medesima, la cui vitalità è
sorprendente e, per certi versi, ancora
misteriosa. Piuttosto, gli uomini
dovrebbero chiedere a Dio di guarirli
dal loro egoismo, responsabile di tante
malattie che mietono a tutt’oggi milioni
di vittime tra le popolazioni più povere
della terra! La compassione
provata da Gesù dovrebbe essere il
tratto psicologico e spirituale
caratteristico di ogni rapporto umano e
sociale e prendere il posto
dell’invidia, della superbia, della
vendetta, della prevaricazione e
dell’odio che caratterizzano, invece, le
relazioni umane anche del nostro tempo.
Sul far della sera
i discepoli cominciarono a guardarsi
attorno e si resero conto che tutta
quella gente deve anche mangiare:
congeda la folla perché vada nei
villaggi a comprarsi da mangiare.
Alla compassione di Gesù si oppose il
calcolo opportunista dei discepoli,
anche se ammantato di umano buon senso,
perché essi non avevano denaro in
quantità tale da poter comperare il cibo
per sfamare tutta quella gente e, poi,
avevano scoperto di avere in tutto la
miseria di cinque pani e due pesci,
quanto bastava a Gesù ed ai suoi
discepoli per mangiarne un boccone per
ciascuno. Quel poco cibo era sufficiente
a Gesù per compiere un prodigio di
generosità: portatemeli qui.
Possiamo immaginare lo sbigottimento dei
discepoli, gente pratica ed abituata
anche a tirare la cinghia, specie da
quando avevano cominciato a frequentare
quel loro incredibile e straordinario
Maestro. Per prima cosa, Gesù ordinò
alla folla di sedersi sull’erba, dal
che si deduce che l’avvenimento ebbe
luogo a primavera inoltrata e che l’erba
doveva rendere verde ed accogliente quel
luogo deserto, pronto per essere
calpestato da un gregge di pecore
condotte al pascolo dai pastori. A Gesù
dovettero venire in mente le parole del
salmo 23: “Il Signore è il mio
pastore, nulla mi mancherà. In pascoli
verdeggianti mi fa riposare, verso acque
tranquille mi conduce … Per me tu
prepari una mensa di fronte ai miei
avversari; hai unto con olio il mio
capo, il mio calice è traboccante …”.
Facendo sedere a terra, sull’erba, tutta
quella folla che ammontava a cinquemila
uomini (le donne ed i bambini non
contavano nulla nella società ebraica,
perché inabili alle armi, ma in quel
posto ce n’erano in gran numero ed il
loro stomaco reclamava al pari di quello
dei maschi adulti!), Gesù intendeva
impartire la sua lezione di Maestro di
vita: se volete essere sazi in senso
materiale e spirituale, dovete imparare
a con-dividere col prossimo ciò che
possedete ed a vincere il vostro
egoismo. Tutti pendevano dalle labbra di
Gesù e la loro posizione stava ad
indicare che, come bravi scolaretti,
erano disposti ad accogliere quel tipo
di lezione, il cui contenuto non era
usuale e , soprattutto, affatto facile
da mandare a mente. La compassione, la
condivisione, l’altruismo e la
generosità non erano virtù abituali per
gente avvezza ad impugnare le armi per
colpire o difendersi dai nemici, come i
briganti e gli odiati soldati romani.
Quando Gesù alzò gli occhi al cielo,
la folla ammutolì, consapevole che stava
succedendo qualcosa di grandioso e lo
udì mentre recitava la benedizione,
come avrebbe fatto qualsiasi padre di
famiglia ebreo. Migliaia di occhi
fissarono Gesù mentre compiva il gesto
rituale di spezzare il pane per
distribuirlo ai membri di quella grande
famiglia, costituita dai discepoli e da
tutta la folla presente. Nessuno dei
presentì riuscì a dare una spiegazione
del prodigio avvenuto sotto i loro
occhi, ma tutti compresero di aver
mangiato a sazietà con solo due
pesci e cinque pani e tutti, allibiti e
commossi, videro raccogliere dodici
ceste di pane avanzato! Un cesto per
ogni apostolo. Ovviamente, la cifra 12
ha un valore simbolico, che va spiegato
perché assai ricorrente nei testi
biblici. Il 12 è il prodotto di due
numeri sacri: 3 (numero perfetto)
moltiplicato 4 (come i punti cardinali).
Il 12 indica dunque la perfezione estesa
a tutti gli angoli della terra ed indica
la pienezza della generosità di Dio, che
non fa distinzione di razza, di sesso,
di cultura e di fede religiosa nel
donare a piene mani la vita agli uomini.
La generosità di Dio ha una dimensione
universale ed a qualcuno può sembrare
sprecata, ma per nostra fortuna Dio
sbaglia sempre a fare i calcoli, perché
li fa sempre a nostro vantaggio. “Certo,
bontà e fedeltà mi accompagneranno per
tutti i giorni della mia vita, e abiterò
nella casa del Signore per lunghi anni“(salmo
23). Dobbiamo smetterla di pensare che
Dio abbia il “braccino” corto e che
pensi solo agli affari suoi; Egli ci ama
con un amore senza limiti, ma noi
dobbiamo saper guardare al di là delle
apparenze e dei nostri limitati
orizzonti. Ciò che ci attende oltre
questa vita è una gioia che nemmeno
riusciamo ad immaginare e che supera di
gran lunga la nostra più fervida
fantasia. Fidiamoci di Dio, una volta
tanto!
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