Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

01 gennaio 2012

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
(Lc 2,16-21)

Dopo aver ascoltato la voce dell’angelo, che li aveva invitati a recarsi alla grotta di Betlemme per rendere omaggio al Messia appena nato, i pastori vi andarono, senza indugio. Le persone più emarginate di Israele non avevano avuto dubbi né il minimo tentennamento ed avevano dato subito retta all’essere celeste, che era apparso loro. Se fossero state le persone più istruite ed agiate del loro popolo, forse i pastori avrebbero pensato di essere stati vittime di un abbaglio e si sarebbero fatti venire più di uno scrupolo: ma come, il Messia di Israele era nato in una stalla? Poiché erano persone semplici, senza istruzione, abituati alla vita all’aperto in compagnia delle loro pecore e sempre all’erta per le insidie che venivano dai predatori a due ed a quattro zampe, avvezzi alle discriminazioni cui erano regolarmente sottoposti dai cittadini benestanti e benpensanti del popolo ebraico, i pastori non avevano nulla da perdere in quella loro vita ricca di stenti e di amarezze e nulla da ridire sulle parole di un angelo, apparso loro di notte mentre facevano la guardia al gregge, avvolgendoli di luce. Pur nella loro ignoranza da analfabeti, i pastori avevano capito che si trattava di un messaggero celeste, anche se non aveva le ali; la luce, che lo circondava, non aveva nulla di umano e così pure la sua voce, così dolce, rassicurante e suadente, ben diversa da quella astiosa e sprezzante che erano soliti sentire per le contrade di Palestina da parte della gente comune. Giunti alla grotta, indicata dall’angelo, i pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. Una scena non infrequente in Palestina: un neonato cullato dalle braccia amorevoli di sua madre, sotto l’occhio vigile e premuroso del padre, in un riparo di fortuna come una grotta adibita a stalla. Così era nato il Re dell’intero universo, il Messia di Israele, il Salvatore del genere umano! Cosa videro i pastori in quella famigliola, la cui povertà non aveva affatto i tratti estremi della disperazione, in quanto mitigata da un portamento di grande dignità interiore? Non lo sappiamo, ma ne conosciamo gli effetti: dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. I pastori avevano saputo cogliere in quel bambino la presenza di Dio, diversamente dai dotti e sapienti di Israele: tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori, individui considerati inaffidabili, bugiardi, impuri e senza onore. Vai a capire perché Dio sceglie sempre le persone più umili ed “ignoranti” della terra per trasmettere agli uomini i suoi  messaggi d’amore e di salvezza! L’effetto della visita al Bambino della grotta fu stupefacente per gli stessi pastori, che se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. La vita quotidiana di quei pastori non era cambiata di una virgola; gli stenti, le amarezze, gli insulti subiti dagli uomini, le lunghe notti attorno ai fuochi accesi per tenere alla larga i lupi dal gregge, le faticose transumanze alla testa delle loro pecore, i sentieri pericolanti ed i litigi con gli altri pastori, incontrati nei pascoli, non si erano dissolti come d’incanto, ma in quei cuori induriti dalla difficoltà di vivere era rimasto l’incanto della luce emanata dell’angelo, la dolcezza delle sue parole, la serenità quieta e gioiosa trasmessa da quel bambino e dai suoi giovani genitori. Forse i pastori non seppero mai che a quel bambino era stato imposto un nome, Gesù, che per loro stessi e per la loro vita grama e ricca solo di fatiche, di delusioni e di sogni irrealizzati, rappresentava più di una speranza: il significato di quel nome è Dio salva. Non c’è lutto, dolore, disperazione, angoscia, delusione o frustrazione che possa resistere alla forza liberante e salvatrice di Dio!

 

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