Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

02 ottobre 2011

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». (Mt 21,33-43)


I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sono i dirigenti della nazione ebraica, quelli che stabiliscono le regole del vivere civile e che fanno applicare la Legge divina in tutti gli ambiti della vita personale e sociale degli ebrei. Nulla sfugge al loro controllo, nulla e nessuno può sottrarsi alle loro sentenze di giudizio civile o religioso. Nonostante l’ingombrante presenza del dominatore romano sul sacro suolo di Palestina, il popolo ebraico gode di un’ampia autonomia per ciò che riguarda la vita religiosa e, di riflesso, anche per quanto concerne le norme del diritto civile. Pur di non crearsi troppi problemi nell’amministrazione di quel popolo ostile ed ostinatamente aggrappato ai suoi principi religiosi, che si reggono su un rigido ed intollerante monoteismo, i romani lasciano fare e non pretendono nemmeno di arruolare forzatamente nel loro esercito l’ombra di un ebreo. Poche regole ferree ed inderogabili consentono ai due gruppi etnici di “annusarsi” a debita distanza senza entrare in rotta di collisione ad ogni piè sospinto: gli ebrei devono pagare le tasse ed offrire un sacrificio quotidiano nel Tempio per chiedere al Dio d’Israele di proteggere la vita e la salute dell’imperatore di Roma, mentre i romani s’impegnano a non urtare la suscettibilità religiosa degli ebrei esponendo l’effigie dell’imperatore, l’immagine dell’aquila romana e degli dèi di Roma se non nelle cittadine abitate esclusivamente da pagani, come Cesarea Marittima, sede abituale del governatore romano. Ai capi della nazione ebraica si rivolge Gesù per sottoporre alla loro attenzione una parabola “inquietante” e capace di solleticare la loro suscettibilità. C’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. Per gli ebrei, la vigna è il simbolo del popolo eletto, scelto da Dio tra molti altri popoli quale destinatario privilegiato della sua Santa Alleanza. L’unico popolo della terra che conosce ed adora l’unico vero Dio, creatore di ogni cosa esistente nell’universo. Un popolo superiore a tutti gli altri popoli della terra in virtù della propria fede e del proprio codice etico e morale. Come un provetto vignaiolo, innamorato della propria vigna, Dio ama il popolo ebraico al punto da destinargli ogni sua attenzione: la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. In effetti, gli ebrei si sentono proprio dei
“prediletti” da Dio e guardano dall’alto in basso persino gli invincibili eserciti di Roma. La vigna della parabola può essere assunta anche come simbolo della Legge mosaica, dettata e donata da Dio stesso al popolo eletto come segno tangibile della sua predilezione e fondamento della vita di ogni pio ebreo. Dio, dunque, affida la sua Parola di vita agli ebrei (i contadini) per far loro produrre frutti di santità e di giustizia (l’uva) ma, come sottolinea duramente Gesù, costoro sono capaci solo di “rovinare” la vigna coi propri comportamenti iniqui. Gli ebrei hanno “piegato” la Legge di Dio ai propri esclusivi interessi e ne hanno deformato, eluso e vilipeso il senso al fine di giustificare le proprie umane debolezze, inclini al male. Per ripristinare la sua “giustizia”, Dio ha inviato i suoi servi, cioè i profeti, per invitare il popolo ebraico alla conversione, ad un cambiamento radicale di pensiero e di stile di vita, ma gli ebrei, soprattutto nella persona dei suoi capi, hanno agito con scelleratezza e non una volta soltanto: i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Con pazienza e magnanimità, il padrone della vigna ha inviato al popolo eletto persino suo Figlio, per convincerlo a desistere dalle sue malvagità, ma inutilmente. Anche il Figlio di Dio ha fatto la medesima fine dei profeti: ucciso. Gli interlocutori di Gesù non hanno ancora capito dove questi vuole andare a parare ed interpretano la parabola per quello che sembra: un racconto edificante. Ben presto, però, capiranno che la parabola è rivolta a loro, perche Gesù li accusa di aver assassinato prima i profeti e, poi, di essere gli omicidi del Figlio di Dio! Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo», senza accorgersene, i capi della nazione giudaica hanno sentenziato la propria fine, definendosi “malvagi” e destinati ad essere soppiantati da altri popoli nella hit parade dei “prediletti” da Dio in virtù di atteggiamenti meno arroganti e schizzinosi nei confronti della Legge di Dio. Gesù, infatti, rinfaccia ai suoi interlocutori la colpa più grave da loro commessa: aver scartato la pietra d’angolo, ossia Colui che è stato inviato da Dio Padre per essere il fondamento della salvezza di tutti gli uomini e la “regola” da osservare per essere considerati vero popolo di Dio.

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Quest’ultima affermazione di Gesù non lascia tranquilli neppure noi, cristiani paciosi e disimpegnati del nostro tempo, che per amor di pace stiamo zitti di fronte alle ingiustizie che offendono la dignità dell’uomo, a qualunque razza, lingua, fede, cultura, principio filosofico o professione appartenga, in virtù del fatto di essere stato creato ad immagine e somiglianza con Dio. Testimoniare la propria fede in Gesù e mettere in pratica i suoi insegnamenti e la sua “Legge”, fondata sull’amore verso Dio e verso i propri fratelli, è certo non facile, anzi, assai spesso difficile perché si va controcorrente e contro gli interessi malvagi di gruppi, associazioni, lobbies e “strutture di peccato” di ogni genere, come lo sfruttamento dei minori, della prostituzione, delle armi, il commercio della droga, la criminalità organizzata, le dittature e compagnia cantando. Se i cristiani si nascondono nell’anonimato, se accettano di subire un drastico ridimensionamento in seno alle società in cui vivono, se hanno vergogna della loro fede o, peggio, se agiscono nella loro vita in modo anti-cristiano, sarà loro tolto il Regno di Dio e dato ad altri popoli più meritevoli.

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