Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

03 giugno 2012

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
(Mt 28, 16-20)

Gesù dà appuntamento ai suoi undici discepoli su un monte della Galilea. Il luogo d’incontro sembrerebbe del tutto casuale e motivato dal fatto che, in fin dei conti, gli apostoli sono tutti originari della Galilea e, quindi, quale regione o luogo migliore per dirsi addio? Perché un monte, perché la Galilea? Perché i discepoli devono lasciare la Città Santa di Gerusalemme e tornare a piedi alla loro regione d’origine, percorrendo un bel po’ di chilometri su strade e viottoli polverosi ed accidentati, insidiati dai briganti? Nel linguaggio biblico, ma anche nella cultura religiosa pagana di molti altri popoli, il monte è il luogo più vicino a Dio, che abita in “cielo” ed è la sede privilegiata dei luoghi di culto, talora rappresentati da veri e propri templi, molto spesso da semplici altari o, specie per il culto pagano, da edicole che custodiscono immagini e simulacri delle divinità o da pali sacri. Nella storia del popolo ebraico, il “monte” occupa un posto privilegiato nel rapporto del tutto personale ed esclusivo tra Dio ed Israele; basti pensare al monte Sinai, sulla cui cima si era svolto il singolare dono delle Tavole della Legge mentre, sul monte delle beatitudini, era avvenuta la proclamazione da parte di Gesù della Magna Charta del cristianesimo, costituito da “dieci” beatitudini nelle quali è facile scorgere un’allusione ai dieci comandamenti, affidati da Dio all’umanità per mano di Mosè. Sul monte Carmelo si era consumata la strage dei profeti pagani per mano di Elia, il profeta per eccellenza del Dio unico e vero adorato dagli ebrei, mentre sul monte Tabor i discepoli avevano contemplato, nel Cristo trasfigurato, la divinità dell’Uomo Gesù. Il monte, dunque, indica il punto di contatto tra Dio, inavvicinabile e trascendente e l’uomo, che si “sporca” le mani con la realtà del mondo materiale e sensibile. Anche la scelta della Galilea, come luogo d’incontro e d’addio tra Gesù e gli apostoli, non è casuale. La Galilea, regione situata nella regione settentrionale della Palestina, è circondata da popolazioni pagane (Galilea significa “arco delle genti”) ed è considerata da giudei una regione a rischio a causa di un fitto scambio commerciale dei galilei coi pagani, il che potrebbe “inquinare” la retta fede degli ebrei residenti in Galilea, rendendoli “impuri” ed inadatti a rendere il vero culto a Dio. Il fatto, quindi, che Gesù abbia scelto proprio la Galilea come luogo del suo commiato da questa terra, starebbe ad indicare che la fede in Lui non deve conoscere né limiti né confini. Il cristianesimo deve essere destinato a tutte le “genti” e non solo ai figli del popolo eletto d’Israele ed i cristiani non devono temere di misurarsi con le tante fedi religiose, ideologiche e politiche che pullulano in ogni angolo del pianeta. Testimoniare che Gesù Cristo è vero Uomo e vero Dio e che è risorto dai morti, dopo aver subito la morte sulla croce e che ha donato ad ogni singolo essere umano la salvezza e la liberazione dal male (peccato), non è solo un diritto per ogni battezzato, ma addirittura un dovere, anche se i discepoli, che hanno colto le implicazioni della scelta di Gesù di spedirli in giro per il mondo, hanno un sussulto di dubbio. Essi hanno paura, come qualsiasi essere umano che s’accorge di non poter gestire autonomamente il proprio destino, ma si sente in qualche modo “manipolato” da Dio: Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Anche tanti cristiani che, sempre meno numerosi, frequentano abitualmente le chiese nelle stanche domeniche del nostro tempo, pur credendo e prostrandosi davanti all’Eucaristia, segno vivo ed efficace della Presenza di Cristo Signore, dubitano e si tengono sulla difensiva, nel timore che Dio voglia chiedere loro qualcosa di troppo impegnativo. Le scuse, del resto, non mancano mai: non ho tempo, sono troppo impegnato, non voglio disturbare il prossimo, ognuno faccia un po’ quello che vuole, non sono affari miei, devo già pensare ai miei problemi, non sono adatto né preparato per servire il Signore, nella vita ho ben altre gatte da pelare e via di questo passo. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Gesù non “invita”, ma “ordina” a coloro che credono in Lui di uscire dal proprio torpore, da una visione troppo egoistica e comoda della propria esistenza e di “andare” nei luoghi difficili e lontani dal proprio modo di vivere e di concepire la fede, per “fare discepoli tutti i popoli” e “battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” quanti accettano di accogliere e di vivere il suo vangelo di salvezza. La missione di ogni cristiano, in quanto battezzato, è quella di non tenersi per sé la fede nel Dio Uno e Trino, ma di testimoniarla in ogni luogo e tempo presso tutti i popoli, a prescindere dalle difficoltà che inevitabilmente incontreranno, dalle ostilità e dalle persecuzioni che dovranno subire. Il mistero dell’Uni-Trinità di Dio è un dono della rivelazione troppo grande ed importante per essere riservato a pochi privilegiati, anche se pochi sono disposti ad accettarlo “a scatola chiusa”, perché questo mistero, al pari di quello dell’incarnazione, passione, morte e resurrezione del Figlio di Dio, fanno a pugni con l’intelligenza e la capacità di comprensione dell’uomo. Del resto, Dio non ha mai chiesto un impegno facile e di basso profilo a chi decide liberamente di credere in Lui ed alle sue parole “di verità e di vita”, ma ha sempre preteso “fiducia” piena e totale perché Egli è la personificazione stessa dell’Amore, della Misericordia, del Perdono e della Gioia. A chi decide di obbedire ai suoi ordini e di diventare missionario del suo vangelo di salvezza, Dio garantisce il proprio aiuto e la propria assistenza in ogni momento difficile e lieto dell’umana esistenza: io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Come ebbe a dire il beato Giovanni Paolo II nel giorno del suo insediamento sul sacro Soglio di Pietro, non bisogna avere paura del mondo ostile in cui siamo tenuti a vivere, ma dobbiamo avere fiducia in Dio e nel suo aiuto: “Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!” e Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, sarà sempre con noi. 

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