Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

05 giugno 2011

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
  (Mt 28,16-20)

 Gli apostoli di Gesù, rimasti in undici dopo la sua morte sulla croce (Giuda Iscariota ha messo fine alla sua sciagurata esistenza di idealista deluso e di “traditore” del Figlio di Dio impiccandosi al ramo d’un albero), hanno ricevuto un ordine preciso dal loro Maestro “risorto” dai morti: devono recarsi, tutti insieme, in Galilea e su un monte ben preciso. Perché proprio la Galilea, regione di frontiera della Palestina e luogo di scambio commerciale e culturale tra gli ebrei, il “popolo di Dio” ed i pagani, adoratori di false divinità? Perché tutta la loro esperienza di vita con Gesù è cominciata proprio lì, al confine tra il puro e l’impuro, tra uno stile di vita disciplinato dalla Legge di Dio ed uno immorale e libertino, tra la fede nel vero ed unico Dio dell’universo ed una religione “infantile”, le cui divinità sono l’idealizzazione morbosa dei vizi e delle virtù umane. Invitando i suoi apostoli in Galilea, il Signore Risorto vuole lanciare una sfida: lasciarsi alle spalle la concezione ebraica di un Dio sostanzialmente “lontano” dai problemi dell’uomo anche se riconosciuto come unico e vero, ma di esclusiva proprietà del popolo eletto e lanciare nel mondo “pagano” una nuova idea di Dio, che è Padre (anzi, papà come indicato dal vocabolo aramaico abbà), vicino al cuore di ogni uomo e di ogni donna senza distinzioni di razza, di cultura e di fede e che è misericordioso, paziente, sempre pronto al perdono, incapace di vendetta e rispettoso della libertà dei suoi figli, esigente ma disposto a concedere a ciascuno un proprio “tempo” per convertirsi e tornare a Lui con cuore pentito e riconoscente. Il Dio predicato e rivelato da Gesù è un Dio che si lascia coinvolgere dalle vicende umane, che si commuove per la fragilità delle sue creature e che soffre con loro, cammina con loro e si fa carico delle loro speranze, illusioni e delusioni, che condivide le loro gioie e le loro frustrazioni, dando a tutti una speranza, anzi, una certezza di felicità alla fine della loro terrena esistenza. Non è facile dare una spallata al proprio passato, alle convinzioni radicate nella propria coscienza da secoli ed affrontare le incognite di una nuova avventura, di cui non si riescono a definire i lontani orizzonti ed i discepoli sono intimoriti. Sono ormai quaranta giorni che Gesù appare loro all’improvviso, parlando, facendosi toccare, mangiando con loro, insegnando e spiegando tutto ciò che nella Sacra Scrittura fa riferimento alla sua Persona, per poi sparire sul più bello lasciandoli soli a meditare ed a pregare. Si tratta di un lungo periodo di veri e propri “esercizi spirituali”, al termine del quale la paura dell’ignoto non è ancora stata sconfitta. Quel “Risorto” rimane ancora un mistero incomprensibile ed inafferrabile e, pur prostrandosi davanti a Lui quando lo vedono nuovamente apparire sulla cima del monte, di quello che da tutti è percepito come luogo dell’addio, gli apostoli ancora dubitano. Perché Gesù ha scelto “quel” monte? Sembra logico ritenere che si tratti del monte Tabor, che domina la pianura della Galilea e che è stato, tempo prima, teatro della spettacolare trasfigurazione di Gesù, cui hanno assistito solo tre membri del gruppo degli apostoli (Pietro, Giacomo e Giovanni) quali testimoni dello splendore della divinità del loro Maestro. Rivelatosi come Dio solo a pochi intimi, ora Gesù vuole che tutti i suoi apostoli diventino testimoni oculari della sua gloria proprio nel momento in cui sta per fare ritorno al Padre e desidera incoraggiarli ad affrontare i pericoli, che inevitabilmente incontreranno lungo il loro cammino di evangelizzatori. Gesù non si cura più di tanto dei loro dubbi, perché sa benissimo che i suoi fedeli discepoli non possono sopprimere i limiti caratteriali e psicologici tipici della natura umana, ma trasmette loro la certezza di non essere soli a sfidare il mondo intero. Certo, dovranno soffrire, lottare, piangere e subire la persecuzione e la morte violenta per mano degli uomini, ma avranno sempre la certezza che Dio è con loro. Avvicinandosi a loro, Gesù fa comprendere che Dio in persona ha compiuto il primo passo per farsi incontro all’uomo e vincerne la diffidenza e l’ostilità, abbassandosi al suo stesso livello. In quanto Figlio di Dio, a Gesù è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra e l’uomo ha il privilegio di condividere questo potere diventando annunciatore, presso tutti i popoli della terra, della lieta novella della salvezza. Gli apostoli ricevono da Gesù l’incarico di fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che ha comandato di fare nel corso di quei tre anni della sua vita pubblica e nei quaranta giorni trascorsi dopo la sua resurrezione dal regno dei morti. Per essere e dimostrare di essere seguaci di Gesù Cristo, dunque, occorrono queste due condizioni: essere battezzati nel nome di Dio, Uno e Trino ed osservare fedelmente la legge dell’amore insegnata da Gesù, Parola eterna del Dio vivente. Davanti ad un compito del genere c’è da farsi venire la tremarella, perché il discepolo di Cristo sa benissimo di non esserne all’altezza, a meno che non sia uno sciocco presuntuoso. Niente paura, dice Gesù: io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

 

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