Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

06 maggio 2012

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
(Gv 15, 1-8) 

La vite e l’uva simboleggiavano, nella cultura religiosa ebraica, il rapporto privilegiato tra Dio ed il popolo ebraico, da Lui scelto tra tutti i popoli della terra come culla della fede nell’Unico vero Dio e destinato ad accogliere l’Inviato del Signore, quel Messia annunciato dai profeti come unico mediatore tra Dio e gli uomini e vero interprete della sua suprema volontà di salvezza. Gli ebrei si consideravano “il popolo eletto” per eccellenza, superiore a tutti i popoli della Terra in virtù di questo rapporto esclusivo col Signore Dio ed i loro scrittori ispirati, che nel corso dei secoli avevano composto il Libro sacro, la Bibbia, avevano rappresentato la predilezione di Dio per gli ebrei ricorrendo all’allegoria della vite. Vero figlio del suo popolo, di cui condivideva la lingua, la cultura e la religiosità, Gesù utilizzò l’immagine della vite per esprimere il suo rapporto personale coi credenti, sulla falsariga del dialogo d’amore tra Israele ed il suo Dio.

Io sono la vite, [quella] vera e il Padre mio è l’agricoltore. Nel mondo ci sono tanti tipi di vite, ma quella vera è Gesù Cristo; le altre viti sono tutte fasulle, coltivate non da Dio ma dal suo nemico storico, il diavolo e sono capaci solo di produrre frutti d’iniquità. I cristiani sono come i tralci che producono i grappoli d’uva buona, da cui si estrae dell’ottimo vino d’annata perché Gesù e una vite di pregio inestimabile ed inimitabile. Non tutti i cristiani, però, producono grappoli ricchi e gustosi allo stesso modo, poiché alcuni si comportano come tralci vitali, intimamente uniti a Cristo nella preghiera e nella fedeltà alle sue leggi, mentre altri sembrano piuttosto dei tralci avvizziti, legati a Gesù solo in forza del battesimo ma ben lontani da Lui per quanto riguarda il progetto della loro vita umana e religiosa. Il destino dei tralci non è uguale per tutti; i tralci buoni sono potati per poter produrre frutti più abbondanti e saporiti di santità e di verità, mentre quelli avvizziti o scadenti subiscono lo stesso trattamento, ma solo per essere gettati nel fuoco. Da queste immagini suggestive possiamo trarre due verità. Il dolore, di cui la potatura è un’allusione efficace e che tutti noi interpretiamo in modo del tutto negativo, è un elemento costitutivo della nostra esistenza, ma Gesù ce ne offre una chiave di lettura diversa da quella data dagli uomini; la sofferenza, infatti, è la strada scelta da Gesù stesso, mediante l’esperienza della croce, per raggiungere la perfezione interiore e per saper cogliere il disegno di Dio nella propria vita. Quanto all’inferno, simboleggiato dal fuoco, si tratta di una realtà collocata sul piano soprannaturale di cui anche diversi cristiani “qualificati” negano l’esistenza, ma che Gesù dichiara essere tutt’altro che una frottola. Il cristiano non deve rifiutare la sofferenza come se fosse una “maledizione” ma, con l’aiuto del Signore, deve imparare ad accettarla come “segno” dell’amore di Dio, anche se umanamente è difficile affrontare il dolore trasfigurandone l’orrore e sopportandone il peso, perché la sofferenza rimane pur sempre un mistero, che si vorrebbe eliminare dalla propria vita, pur rendendoci conto che è impossibile. Soffrire con Cristo, in Cristo e per Cristo non rende il dolore più appetibile né più desiderabile, ma più sopportabile, perché aiuta ad intravedere, al di là dell’ombra inquietante della croce, che quotidianamente dobbiamo sopportare, la luce sfolgorante della gloria di Cristo. C’è una bella differenza tra il soffrire nella disperazione e soffrire nella fede: il dolore in sé non cambia, ma è ben diversa la prospettiva. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Da una parte c’è la prospettiva della gloria eterna, mentre dall’altra c’è la certezza di una dannazione altrettanto eterna e non si tratta di cosa da poco. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Con quest’affermazione, Gesù ci consegna una terza verità: senza di Lui non possiamo fare nulla, né come esseri umani né come credenti. Chi presume di condurre la propria vita, fidandosi delle sue proprie forze, rischia il fallimento dei suoi progetti e dei suoi sogni, specie se decide di lasciare Dio fuori dalla porta della propria volontà ed intelligenza.

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