Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

12 giugno 2011

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
(Gv 20,19-23)  

È la sera di un giorno molto speciale, che ha segnato l’inizio di una nuova epoca per il mondo intero, anche se, a tutta prima, è parso un giorno come tanti. Poche ore prima, alle prime luci dell’alba, Maria di Màgdala, una donna del gruppo di fedeli seguaci di Gesù di Nazareth, si è precipitata dagli apostoli, asserragliati in una casa di Gerusalemme nella quale hanno consumato l’ultima cena col Maestro alla vigilia della sua morte in croce, per riferire una notizia strabiliante: il Maestro è risorto. Per tutta la giornata i discepoli hanno commentato la notizia quasi con fare stralunato, incerti se dare retta alla testimonianza di una donna che ha affermato di aver “visto” il Signore (le donne, si sa, vedono spesso lucciole per lanterne e neppure il giudice di un qualsiasi tribunale d’Israele sarebbe disposto a dar loro credito!), oppure fidarsi della parola di Pietro e Giovanni, i quali hanno confermato di aver trovato la tomba, in cui era stato deposto Gesù due giorni prima, vuota ed in ordine, ma delusi per non aver visto affatto il loro Maestro vivo in carne ed ossa. A chi credere? E se il corpo di Gesù fosse stato trafugato e Maria di Màgdala, letteralmente andata “fuori di testa” a causa del dolore per la tragica fine del Maestro, si fosse inventata tutto o avesse avuto un’allucinazione? Persino le fiammelle delle lampade ad olio, che illuminano fiocamente la grande sala del Cenacolo, creano un gioco di ombre tale da giocare brutti scherzi all’immaginazione di gente avvezza al duro lavoro dei pescatori. Quel primo giorno della settimana è trascorso davvero in fretta in una ridda di emozioni, di speranze e di illusioni, che rischiano di annegare in una terribile delusione. È sera, ormai, ma di Gesù non s’è vista neppure l’ombra, mentre il timore dei giudei rende l’atmosfera della sala carica di tensione e di inquietudine. Mentre i discepoli stanno confabulando sottovoce, per non fare filtrare all’esterno la concitazione delle loro discussioni, all’improvviso appare in mezzo a loro la figura familiare di Gesù. Il silenzio cala all’improvviso nel Cenacolo e tutti i discepoli restano immobili, a bocca aperta, incapaci di proferire parola. Non sono spaventati, ma paralizzati dalla sorpresa: come ha fatto Gesù ad entrare nella sala, se le porte e le finestre della casa sono sprangate a doppia mandata? Shalòm, “pace a voi”. Gesù pronuncia la formula augurale tipica degli ebrei con voce squillante, allegra, rassicurante e mostra loro le orribili ferite lasciate dai chiodi sulle mani e dalla lancia sul petto. Le piaghe non sanguinano, ma è il cuore dei discepoli a sanguinare alla vista di quello scempio, causato dalla crudeltà degli uomini. Gesù è davvero vivo e le ferite, esibite con naturalezza e senza esternare segni di odio o di rancore, stanno a dimostrare che è proprio Lui, senza ombra di dubbio. Per la gioia di vedere il loro Maestro ancora vivo, anche se non hanno per nulla capito come abbia fatto a tornare in vita, i discepoli hanno perso la lingua. Shalòm, ripete Gesù quasi per svegliarli dall’incanto e questa volta i discepoli, seppur a fatica, riescono a rispondere con un bisbiglio appena udibile: shalòm. Passato il primo, interminabile momento di stupore gioioso, i discepoli vengono riportati da Gesù coi piedi per terra: come  il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Neppure il tempo di realizzare che Gesù è “tornato” tra loro, ferito ma indubbiamente “vivo e vegeto” ed in splendida forma ed i discepoli si ritrovano a fare i conti col solito senso pratico del loro Maestro, che non si è mai perso in chiacchiere inutili durante i tre intensissimi anni della sua vita pubblica, nel corso dei quali hanno fatto davvero fatica a stargli dietro: instancabile, quasi divorato da una grande febbre interiore, Gesù aveva percorso più volte insieme a loro la Palestina, girandola in lungo ed in largo per portare ovunque la lieta novità della salvezza ed invitando tutti alla conversione, insegnando, predicando e compiendo miracoli straordinari ed indicibili. Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù lascia capire che il suo compito su questa terra è concluso; adesso tocca a loro fare quello che ha fatto Lui, non più limitatamente alla terra di Palestina, ma nel mondo intero. I discepoli comprendono e restano senza fiato: come faranno? Soffiando su di loro, Gesù trasmette a ciascun apostolo il suo stesso Spirito, lasciando intendere che la diffusione del vangelo della salvezza in ogni angolo del pianeta non è condizionata dalle loro capacità e dalla loro tenacia o costanza nel servire il Signore, ma dalla forza dello Spirito Santo, il quale si serve di ciò che è debole, come la natura umana, per dimostrare la propria potenza divina ed affermare la signoria di Dio su tutto il creato. Il “segno” dell’azione santificante dello Spirito è il potere, conferito da Gesù ai suoi discepoli, di perdonare i peccati commessi dagli uomini contro Dio e contro il loro prossimo. Rimettendo i peccati, o non rimettendo i peccati, i discepoli non esercitano un potere arbitrario sugli uomini, ma sono in tutto e per tutto al servizio di Dio “giusto giudice e Padre di misericordia”, il quale “è più intimo a noi di noi stessi”, come afferma s. Agostino e sa leggere nel cuore di ogni uomo. Nulla sfugge all’occhio di Dio, neppure il profondo desiderio di Lui che, come una perla preziosa, si trova sepolto e nascosto nei recessi più bui del cuore e della mente del peccatore più incallito.

 

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