Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

14 agosto 2011

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».

«È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Mt 15,21-28)

 Gesù esegue un fuori programma. Mandato dal Padre per salvare “le pecore della casa d’Israele”, solo in rarissime occasioni Gesù sconfina dalla Terra Santa per recarsi in regioni abitate quasi esclusivamente da pagani, adoratori di false divinità. La zona di Tiro e Sidòne è storicamente una secolare nemica d’Israele; situate sulla costa del Libano, queste città fondate dai Fenici sono note a tutto il mondo antico per le loro attività commerciali, sostenute da strutture portuali di prim’ordine e frequentate da marinai provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Bazzicando le bettole dei rispettivi angiporti, si possono ascoltare anche racconti di viaggi fantastici effettuati da marinai coraggiosi ed impavidi ben oltre le colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra). Nei mercati cittadini si trova un po’ di tutto e le lingue straniere si mescolano con l’aspro suono del greco, del dialetto siro-fenicio e dell’aramaico in una chiassosa cacofonia di suoni e di urla. Quando non ci si comprende a parole, ci si aiuta col linguaggio universale dei gesti, di cui i popoli che s’affacciano sulle rive del Mare Nostrum sono dei veri maestri. Quanto alla religione, a Tiro e Sidòne vanno ancora di moda i culti a Baal ed alla sanguinaria dea Astàrte, che in un passato nemmeno tanto lontano ricevevano in omaggio anche dei sacrifici umani, tanto aborriti dai vicini ebrei. Tra costoro e gli abitanti delle due città fenicie non corre buon sangue, in ricordo di passate battaglie sanguinose, cui solo Alessandro Magno, prima ed i romani, poi, hanno definitivamente posto fine. Sono cessati gli aperti conflitti fra le due etnie confinanti, ma non il reciproco odio e disprezzo. La fama taumaturgica di Gesù ha superato da tempo i confini patrii e, quando Egli giunge in un villaggio situato sul litorale libanese, nella zona di Tiro e Sidòne, viene immediatamente riconosciuto. Possiamo supporre che qualcuno lo abbia già incontrato nella vicina Galilea e ne abbia riferito il potere taumaturgico ad una donna cananea, angustiata da un grave problema familiare: la figlia è tormentata da un demonio. Probabilmente si tratta di una malattia mentale o di un’epilessia. Fatto sta che mentre Gesù ed i suoi discepoli si guardano intorno, incuriositi dal fervore delle attività di quella gente straniera, multicolore e multietnica, che sbraita, urla, contratta, commercia, discute ed impreca, una voce femminile particolarmente stridula ed angosciata sembra sovrastare tutti i suoni del luogo. Forse nessun altro si accorge di quel grido, simile a tanti altri, ma Gesù lo sente benissimo e ne percepisce le profonde note di dolore: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Una donna pagana, abituata a trattare con ben altre realtà religiose, apostrofa Gesù come poche altre volte è successo in Israele. Signore, figlio di Davide. Forse la donna non conosce nemmeno il significato di ciò che sta dicendo, ma sfrutta a proprio uso e consumo il sentito dire. Le è stato riferito, infatti, che molti ebrei sono convinti di aver trovato in quell’uomo il loro Messia, perché compie prodigi inauditi. Spinta dal bisogno e dalla disperazione, la cananea chiede aiuto ad un ebreo, incurante del fatto che sta cercando di abbattere un muro di odio, di sospetto e di rancore che, da secoli, è stato eretto tra lei e quell’uomo. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Gesù fa lo gnorri e non degna la donna di un cenno di risposta. Nemmeno tanto sorpresa dalla mancata reazione di Gesù, perché in fondo se lo aspettava, la donna insiste imperterrita nella sua accorata invocazione d’aiuto, urlando a più non posso, al punto che i discepoli stessi di Gesù, infastiditi da tutto quel clamore che sta attirando sempre più l’attenzione dei presenti, si rivolgono al loro Maestro e lo supplicano di dare retta a quella donna: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». La situazione si sta facendo imbarazzante, ma Gesù non se ne dà per inteso: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Irremovibile. Ma la donna insiste: «Signore, aiutami!». A questo punto, Gesù vuole mettere alla prova la fede della cananea, anche a costo di rasentare la maleducazione con un insulto: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». L’allusione è evidente. Chi non appartiene alla propria fede religiosa è paragonabile ad una bestia. Gesù non fa altro che riprendere, in modo provocatorio, un concetto di discriminazione offensiva tipica della mentalità del suo popolo e del suo tempo, che non è tramontato né divenuto démodé nemmeno ai giorni nostri. Per i popoli semiti, il cane non era propriamente “il miglior amico dell’uomo” come lo definiamo noi, oggi, anche se ci sarebbe da eccepire pure su questo modo di descrivere il nostro rapporto con questo animale, entrato prepotentemente nelle nostre famiglie come animale di compagnia e di guardia. Sempre provocatoriamente, verrebbe da dire che “l’uomo non è il miglior amico del cane”, ma questa è un’altra storia. Per i semiti, dunque, il cane era un animale randagio, rabbioso e predatore e, quando si riusciva a domarlo, era utile solo per fare la guardia alle greggi. Un animale per certi versi impuro ed infido. Proprio come gli infedeli, adoratori di falsi déi. Il “pane” della Parola di Dio deve essere destinato ai figli di Dio, cioè a chi crede nell’unico vero Dio, non a chi è seguace di false divinità: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Le cose sacre non possono essere profanate o messe a disposizione di chi non ne conosce il valore. La cananea è messa con le spalle al muro. Se vuole essere esaudita da Dio non le basta alzare la voce per farsi ascoltare da Lui, ma deve far compiere un salto di qualità alla propria fede ed alla propria preghiera. La donna deve “credere” in modo diverso, fidandosi ciecamente di Dio. «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Ecco, il primo passo verso una fede più consapevole e matura è compiuto; la donna si rende conto della propria indegnità nel chiedere qualcosa a Dio e di essere in tutto e per tutto dipendente da Lui, ammettendo di essere al pari di quei cagnolini che si accontentano di cibarsi delle briciole di pane cadute dalla mensa dei loro padroni. Le bastano i frammenti di verità, raccolti da quell’incontro con Cristo, per comprendere che Dio vuole molto di più dagli uomini di una semplice preghiera formulata nel momento del bisogno. Dio vuole, anzi, pretende amore libero e gratuito perché Egli ama per primo gli uomini in modo generoso e sovrabbondante. Questa repentina “conversione” interiore lascia la donna senza fiato; non chiede nemmeno più la grazia della guarigione della figlia, perché “sente” dentro di sé che non ce n’è più bisogno. Ella ora sa che può fidarsi di Dio, da cui si sente amata senza riserve anche se è una cananea, ma non più estranea alla fede di Israele. Gesù non può fare altro che prendere atto della disponibilità della cananea a mettere in discussione se stessa e tutto il bagaglio culturale e religioso ereditato dal suo popolo e ne elogia la fede semplice e genuina, grazie alla quale Dio è pronto ad esaudire la sua preghiera. La figlia della donna è già “guarita” dalla malattia, ma la madre, grazie alla fede in Gesù, è già una “salvata”: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Il brano evangelico odierno ci interpella sul nostro modo di pregare: come preghiamo? Che cosa chiediamo con la preghiera? Perché preghiamo? Siamo davvero capaci di pregare come ci ha insegnato Gesù? Possiamo dire onestamente a noi stessi di essere uomini e donne di preghiera? Gesù ci ha insegnato poche  e semplici regole: occorre pregare sempre e con insistenza, chiedendo che si realizzi, innanzi tutto, il Regno di Dio; bisogna rivolgersi a Dio con fiducia, certi che la sua divina Provvidenza provvede a tutte le nostre necessità ed è necessario allargare i confini del nostro amore per Dio e per il nostro prossimo. Se non si osserva anche una sola di queste semplici e basilari condizioni di preghiera, il problema della preghiera inefficace non è di Dio, ma nostro.

 

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