Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
Via Bolivia 15
27029 Vigevano (Pv)
Tel. 0381 311650


Il Vangelo della domenica

15 aprile 2012

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31) 

Quella sera del primo giorno della settimana, tutti i discepoli di Gesù, a parte giuda Iscariota che si è già punito da solo per il suo tradimento impiccandosi ad un albero, sono asserragliati nel Cenacolo, il luogo dell’ultima cena consumata insieme a Gesù prima della sua terribile Passione e morte in croce. Pietro e Giovanni, all’alba di quel giorno così carico di mistero, si sono precipitati al sepolcro nel quale era stato deposto il corpo martoriato del loro Maestro solo due giorni prima, per verificare di persona quanto aveva affermato loro la Maddalena tra un singhiozzo e l’altro: la tomba era vuota! La notizia, confermata da Pietro e Giovanni, non aveva migliorato l’umore degli altri nove apostoli, che si sentivano al sicuro solo tra quelle mura amiche e con la porta ben chiusa. All’improvviso venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Tutti sobbalzano e sgranano gli occhi, increduli e spaventati a quella vista. Nemmeno il saluto di Gesù, tanto familiare alle loro orecchie, ha il potere di tranquillizzarli: shalòm, pace a voi. Tutti restano come paralizzati. Per scuoterli dalla loro totale immobilità, Gesù mostrò loro le mani e il fianco. I discepoli ottengono la prova “provata” che quello apparso in mezzo a loro dal nulla è davvero il loro Gesù, torturato dai romani e crocifisso dalle loro guardie con la complicità dei capi della nazione giudaica. L’Uomo della croce è anche il Dio della vita ed ora Egli è lì davanti a loro, vivo e vegeto, anche se porta su di sé i segni dei chiodi e del colpo di lancia, infertogli al cuore da uno zelante soldato romano per accertarsi che fosse davvero morto su quell’infamante patibolo. Non ci sono gli altri segni delle terribili torture subite da Gesù, ma “quei segni” altrettanto orribili dell’esecuzione capitale sono l’inconfutabile testimonianza dell’identità del “fantasma”, che tanto fantasma non è, vista l’inquietante realtà di quelle ferite. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Gli apostoli non comprendono, ma registrano quelle parole nel profondo delle loro coscienze, da cui riaffioreranno al momento opportuno grazie all’azione dello Spirito Santo: Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Gesù ha gettato le basi della sua Chiesa, fondata sul servizio “ministeriale” degli apostoli e dei loro successori, cui è affidato il compito di celebrare il memoriale della passione, morte e resurrezione del Signore mediante l’Eucaristia e di concedere il perdono dai peccati, una prerogativa tipicamente “divina”. Solo Dio, infatti, può perdonare i peccati ed ora ciò è concesso anche agli uomini, assistiti dal Signore della vita e della morte, l’eterno Vivente, il Risorto, il cui Spirito trasforma degli uomini pavidi ed inetti in coraggiosi testimoni della suprema Verità, che è Cristo. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Anche tra i credenti, c’è sempre qualcuno che arriva in ritardo o che deve percorrere un cammino più lungo e faticoso per raggiungere la pienezza della fede. Fiducioso nei propri mezzi psicologici ed intellettuali, Tommaso detto “gemello” (Dìdimo) non è di quelle persone facili da convincere a fidarsi di Dio in modo istintivo e quasi viscerale. Tommaso è un uomo pratico, tutto d’un pezzo e non si fida esclusivamente del proprio istinto. Egli sa essere razionale, ma è anche profondamente onesto moralmente ed intellettualmente e Gesù lo sa bene. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Tommaso vuole la prova che i suoi colleghi non abbiano preso un abbaglio o che non siano rimasti vittime di un’allucinazione collettiva e, otto giorni dopo, Gesù gliela concede: Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Tommaso diventa, così, il simbolo di coloro che sono in ricerca di Dio e, per dirla con s. Agostino, non trovano pace finché non l’hanno trovato. Tommaso non ha nemmeno bisogno di toccare quelle ferite, perché rimane “toccato” lui stesso dalla propria incredulità, così umanamente comprensibile e così fuori luogo, date le circostanze. All’improvviso, come se una mano lo avesse spinto a terra (o era una sua impressione?), Tommaso s’inginocchia davanti a Gesù in atteggiamento di adorazione: Signore mio e Dio mio! Nessuno, prima di Tommaso, si era spinto così in avanti nella comprensione del mistero racchiuso in Gesù di Nazareth, incarnazione del Dio inavvicinabile ed assolutamente trascendente adorato dagli ebrei dal tempo di Abramo, il capostipite del popolo eletto. La ragione cede il posto alla fede: Tommaso “vede” in anticipo ciò che gli altri, tramortiti dalla vista del loro Maestro ancora vivo, anche se porta le orribili ferite della sua Passione, non hanno ancora “visto e compreso”. Beato Tommaso, diremmo noi, ma Gesù la pensa in modo diverso, come suo solito: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto. Nel corso dei secoli, alcuni mistici hanno “visto” ciò che avevano visto direttamente gli apostoli coi loro occhi, ma non tutti possono avere un simile privilegio. Alla stragrande maggioranza degli uomini, che su questa terra non possono “vedere” Cristo ed avere la prova che è veramente il Risorto, non rimane che l’ultima beatitudine regalata da Lui prima di ascendere al cielo. Beato chi crede senza aver visto, chi sa rinunciare alle imprescindibili ragioni dell’intelligenza per accettare le superiori “ragioni” di Dio. Non è così facile e scontato credere, specie quando si crede contro tutto e contro tutti ed a prezzo della propria vita e di tutto ciò che una persona ha di più caro al mondo. Anche Dio lo sa ed a chi crede dona la vita nel suo nome. 

torna all'indice>>>

 

 

contatti: info@parrocchiabattu.org