Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
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Il Vangelo della domenica

26 febbraio 2012

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». (Mc 1,12-15)

 Gesù non ha ancora iniziato la sua vita pubblica e sta provando un vivo desiderio di annunciare a tutti l’imminente arrivo del Regno di Dio, ma non si sente ancora pronto. La società in cui vive è attraversata da un profondo disagio sul piano religioso, politico, economico e sociale. Tutti gli ebrei si aspettano l’imminente venuta di un “messia”, che dovrà mettere a posto molte situazioni imbarazzanti per il popolo eletto, ma non tutti sono d’accordo nell’indicare le caratteristiche fisiche e morali mediante cui riconoscere con certezza la figura di questo “liberatore”, inviato da Dio per affrancare gli ebrei dal male, rappresentato in primis dall’oppressore romano. I più s’immaginano che il “messia” debba essere un guerriero forte, coraggioso, indomito, capace di sbaragliare le armate nemiche con la sola forza della sua presenza. Questo ritratto del “messia” guerriero ed invincibile si avvicina molto alle figure eroiche dell’antica storia d’Israele, come Giosuè, Gedeone, Sansone, lo stesso Mosè od il re Davide, tutti condottieri vittoriosi e guidati dalla mano di Dio. Pochi altri, tra cui Giovanni Battista, s’aspettano invece un “messia” meno guerriero e più riformatore dei costumi morali, che stanno andando, in realtà, alla deriva già da un po’ di tempo, inquinando la “santità” del popolo eletto, a partire dai suoi capi politici e religiosi. Nella sua predicazione, in effetti, Giovanni Battista ne ha un po’ per tutti, perché rimprovera  a turno tutte le componenti della società ebraica, i cui comportamenti sono a dir poco disdicevoli, se non apertamente scandalosi. Gesù si è fatta un’idea tutta sua del “messia”, ma deve chiarire a se stesso, prima che agli altri, tutte le implicazioni pratiche del suo modo rivoluzionario di rapportarsi con Dio e con tutto il genere umano; non gli sembra giusto, tanto per fare un esempio, che solo gli ebrei si sentano o pretendano di sentirsi dei privilegiati rispetto a tutti gli altri popoli della terra in ordine alla salvezza. A suo parere, tutti gli uomini si trovano sullo stesso piano ed occupano tutti il medesimo posto nel cuore di Dio, ma se si azzardasse a dire queste cose alla sua gente, come andrebbe a finire? Ancora incerto sul da farsi, Gesù è sospinto dallo Spirito nel deserto e vi rimane quaranta giorni, tentato da Satana. Non è facile sopravvivere per quaranta giorni esposti al caldo opprimente del giorno ed al freddo pungente della notte, in un luogo inospitale abitato da serpenti e scorpioni, nel quale l’acqua è un miraggio e gli arbusti spinosi sono gli unici vegetali capaci di sopravvivere. Quaranta è un numero simbolico, che ricorre spesso nella Bibbia e che indica il pieno e globale compimento di un progetto; quaranta giorni dura il diluvio universale per cambiare radicalmente il volto dell’umanità, diventata ribelle al Signore compiendo ogni genere di iniquità e quarant’anni vaga il popolo ebraico nel deserto, dopo la fuga dall’Egitto, prima di accettare la Legge data da Dio a Mosè. Quaranta giorni dura il cammino nel deserto del profeta Elia, prima di incontrarsi col Signore che gli deve assegnare un compito importante per la storia d’Israele e quaranta giorni dura la permanenza di Mosè sul monte Sinai, prima di ricevere da Dio le tavole della Legge, il Decalogo. Durante la sua permanenza nel deserto per quaranta giorni, reali o simbolici che siano stati, Gesù fa esperienza del silenzio interiore e della voce subdola e suadente del “tentatore” (satana). L’evangelista non precisa il contenuto delle tentazioni provate da Gesù, ma dagli altri due evangelisti sinottici (Matteo e Luca) ne conosciamo i termini: il piacere dei sensi, la fame del potere e la presunzione di poter sfidare Dio facendo a meno della sua Legge sono tentazioni che s’insinuano nella mente e nel cuore di ogni essere umano. Se l’esito della tentazione è scontato per Gesù, altrettanto non si può dire per ciascuno di noi, che in un modo o nell’altro cadiamo nei trabocchetti verbali ed esistenziali del “tentatore” a causa della nostra fragilità ed arroganza. Solo con l’aiuto di Dio e per i meriti di Gesù Cristo possiamo sperare di uscire anche noi vincitori dal confronto con satana, diventando più maturi e consapevoli della nostra dignità umana. Solo dopo aver superato la prova del fuoco della tentazione da parte del diavolo, Gesù si sente pronto a sfidare i pregiudizi della sua gente e del mondo intero, anche a costo di subirne le persecuzioni ed il rifiuto. Gli interessi di Dio Padre vengono prima di tutto, anche della propria vita e Gesù ne è ormai pienamente consapevole, specie dopo l’arresto e l’incarcerazione di Giovanni Battista, a dimostrazione che chi prende le parti di Dio rischia sempre la pelle. Vincendo ogni umana paura per la propria incolumità fisica e confidando solo nell’aiuto del Padre, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

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