Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore
Via Bolivia 15
27029 Vigevano (Pv)
Tel. 0381 311650


Il Vangelo della domenica

29 aprile 2012

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». (Gv 10, 11-18)


Nei vangeli ricorrono spesso le formule di “auto-rivelazione” pronunciate da Gesù, mediante le quali Egli ci dice e spiega “chi” è Dio. Di volta in volta, l’Uomo Dio conosciuto come Gesù di Nazareth afferma, parlando spesso per immagini, di essere luce, via, verità, vita, acqua che disseta, porta d’ingresso per il Regno dei cieli, pane che sfama, resurrezione, vite d’uva, re, Io Sono (cioè, Dio in persona, in quanto la parola Yahweh significa, appunto, “io sono colui che sono”, l’Essere stesso per essenza ed esistenza), il Cristo o Unto del Signore. Il vangelo odierno ci consegna un’altra formula d’identità di Gesù-Dio: Egli è il buon pastore che dà la propria vita per le pecore. Nella nostra società, sempre più lontana dai tempi e dai ritmi della vita agricola e del nomadismo dei pastori, riesce difficile comprendere il significato e l’importanza di un buon pastore, che per salvare le pecore del gregge dalle attenzioni fameliche del lupo è disposto anche a sacrificare la propria vita, a differenza di ciò che farebbe un mercenario qualunque, pronto a sacrificare le pecore pur di salvare la propria pelle. Occorre, a questo punto, addentrarci nel linguaggio simbolico usato da Gesù per indicare il tipo di rapporto esistente tra gli uomini e Lui e tra Lui e Dio. Dire ad un uomo d’oggi che è una “pecora” suona più o meno come un’offesa perché, come recita il proverbio, “meglio un giorno da leoni che cento da pecora”, attribuendo al leone la virtù del coraggio ed alla pecora l’atteggiamento pavido e remissivo. Messa in questo modo, la parabola di Gesù risulta poco attraente, ma proviamo a metterci nei panni della gente del tempo di Gesù e facciamo uno sforzo per pensare come gli uomini di duemila anni fa. La pecora è un animale abitualmente docile, facile da addomesticare ed è pure una risorsa economica non da poco, perché produce buon latte (qualcuno ha mai assaggiato il formaggio “pecorino”?), più digeribile del latte vaccino ed altrettanto nutriente e, per giunta, fornisce anche lana di ottima qualità, opportunamente recuperata dalla tosatura della pecora e debitamente trattata da abili artigiani lanieri. Chi possiede un gregge di pecore può ritenersi fortunato, perché ha un futuro economico garantito; per questo i proprietari di un gregge fa di tutto per non perdere nemmeno una pecora per incuria o sbadataggine. Il gregge viene condotto al pascolo dai pastori, che evitano alle pecore sbadate di allontanarsi troppo dal gregge col rischio di perdersi e di cadere vittime del lupo. Quando scendono le prime ombre della sera, le pecore vengono raccolte dal pastore e rinchiuse in un ovile ben recintato per impedire ai lupi a due ed a quattro zampe di entrare nell’ovile e fare man bassa chi derubando (i lupi a due zampe!) e chi sbranando (i lupi a quattro zampe). Per evitare di spaventare le pecore, i pastori accendono dei falò al di fuori del recinto dell’ovile ottenendo il duplice risultato di tenere alla larga i lupi ed illuminare l’ovile quel tanto che basta per impedire ai ladri di avvicinarsi troppo. Quando il pastore è anche il proprietario del gregge, l’attenzione è doppia e la cura del gregge quasi maniacale; in questo caso, il pastore è disposto a tutto per difendere la sua proprietà dagli attacchi degli animali selvatici e dei predoni. Diverso è il discorso quando i pastori, che devono custodire il gregge, sono dei salariati (mercenari). Costoro tengono cara solo la loro vita, non quella delle pecore e, in caso di pericolo se la danno a gambe, abbandonando le pecore al loro destino. Fatta questa premessa, risulta più comprensibile il significato del discorso di Gesù. Insieme a Dio Padre, Egli è il proprietario delle pecore (gli uomini), che conosce così bene da chiamarle persino per nome. Gli uomini, che obbediscono alle leggi di Dio, sono come le pecore che pascolano sotto l’attenta cura del pastore (Gesù) e che sono tenute al riparo dai pericoli del mondo (le tenebre della notte, il lupo, i ladri) ben protette dal recinto dell’ovile (la Chiesa). Talvolta, qualche pecora un po’ sbadata, sfugge al controllo del pastore e si perde tra gli anfratti e gli avvallamenti del pascolo (immagine calzante del cristiano che cede alla tentazione del male), salvo essere recuperata dal buon pastore che, una volta trovata la pecora perduta, se la carica persino sulle spalle per riportarla all’ovile (suggestiva allusione al sacramento della riconciliazione ed al perdono che Dio concede ad ogni peccatore). Le pecore si fidano delle cure premurose del pastore, così come i cristiani si fidano di Cristo e sono certi che nulla potrà loro accadere di male in questa vita, nonostante i pericoli che provengono dai lupi e dai ladri, che simboleggiano il demonio ed i suoi accoliti. Altrettanto suggestiva è l’immagine del mercenario, nel quale è possibile riconoscere quei “pastori” di anime che tradiscono la loro vocazione e che, invece di curarsi delle persone affidate loro da Dio, rincorrono i loro personali interessi e curano la propria carriera, anche in seno alla gerarchia ecclesiastica, permettendo al lupo (il demonio) di impossessarsi delle anime per le quali Dio ha progettato ben altro destino. La responsabilità della salvezza delle anime grava sulle spalle e sulla coscienza di vescovi, sacerdoti e semplici cristiani che, per mille motivi, si sottraggono a questo compito ricevuto da Dio per inseguire chi una fetta di potere e chi un tornaconto personale. Un’ultima considerazione: Gesù parla di pecore che non provengono da questo recinto. Di che si tratta? Appare del tutto logico pensare a quegli esseri umani che non appartengono alla Chiesa di Cristo, ma ad altre confessioni religiose e che vivono talvolta un’aperta opposizione alla fede cristiana: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Gesù ha una visione universale della salvezza e desidera che nessun essere umano vada perduto, finendo tra le grinfie del demonio. Da questa “ansia” di redenzione, che sprigiona dal cuore di Cristo, scaturisce la vocazione “missionaria” della Chiesa intera, cui nessun cristiano può sottrarsi, sia costui appartenente alla gerarchia ecclesiastica od al mondo laico. In virtù del battesimo, ricevuto nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, tutti i cristiani sono missionari ed hanno il dovere morale di diffondere il vangelo ed il Nome di Cristo Signore fra tutti i popoli della terra, anche a costo della propria vita.

torna all'indice>>>

 

 

contatti: info@parrocchiabattu.org