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LA PAROLA DEL PARROCO
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MARZO 2006
LA PAROLA DEL
PARROCO
Cari
fratelli e sorelle della Parrocchia di
Gesù Divin Lavoratore, anche in questa
lettera del mese di Marzo, continuiamo
la nostra riflessione e preparazione,
alle MISSIONI POPOLARI che si
celebreranno l’anno prossimo (settimana
santa e pasqua 2007) nella nostra
comunità.
Vorrei dopo aver focalizzato
l’attenzione sulla missione in generale,
focalizzare ora l’attenzione sulle
MISSIONI POPOLARI in particolare.
Si parla molto oggi, nella Chiesa, di
evangelizzazione, di missione.
Non c’è documento, intervento e convegno
a cui non si faccia cenno.
“L’evangelizzazione, innanzitutto! Essa
deve diventare il vostro impegno
prioritario e permanente. Davanti alle
sfide del secolarismo e della
scristianizzazione è necessario reagire
con coraggio e insieme, con capacità
innovativa, lucidità di analisi e
fiducia nella forza dello Spirito
santo…Il nostro non è il tempo della
semplice conservazione dell’esistente,
ma della missione. E’ il tempo di
proporre di nuovo, e prima di tutto,
Gesù Cristo, il centro del
Vangelo…Investite, dunque, valide
energie pastorali…”
(Giovanni Paolo II, 27/10/2001).
Gli stessi Vescovi italiani in
“Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia”, hanno tracciato il cammino
dei primi dieci anni della Chiesa, in
questo terzo millennio, affermando che
“il compito
fondamentale della Chiesa è quello di
comunicare il Vangelo… Il Vangelo è il
più grande dono di cui dispongano i
cristiani” (n.32).
Invitano ad “una conversione pastorale” (n.46), per giungere
ad una “fede adulta e pensata” (n.50).Lo
aveva già affermato Paolo VI: “Le
condizioni della società ci obbligano a
rivedere i metodi, a cercare con ogni
mezzo di studiare come portare all’uomo
moderno il messaggio cristiano” (EN
n.3, in EV 5, 1590). Le
missioni al popolo costituiscono un
momento forte di evangelizzazione, di
“comunicazione” del Vangelo.
Naturalmente, il modo di realizzarle
rispetto al passato deve tener conto
delle mutate situazioni socio-culturali
e delle odierne esigenze pastorali. Fare
la “missione”, quindi, non è solo
mettere in piedi una serie di attività,
ma far riscoprire ciò che la Chiesa è e
deve essere: missionaria. Le missioni al
popolo sono una modalità specifica di
annuncio straordinario della parola
di Dio proclamata da
evangelizzatori animati dalla forza
dello Spirito e con mandato della Chiesa
allo scopo di risvegliare e confermare
la fede e di rivitalizzare la comunità
cristiana. . Le missioni al Popolo hanno
una lunga e feconda tradizione. Da molti
secoli esse hanno svolto un prezioso
servizio al risveglio della fede e della
vita cristiana, portando frutti di
rinnovamento, conversione e fervore.
Esse rappresentano una forma e modalità
specifica per realizzare l'essenziale
vocazione della Chiesa a evangelizzare e
operare un rinnovamento della vita di
fede. L'Esortazione Apostolica
post-sinodale Catechesi tradendae
rileva in proposito: "Le missioni
tradizionali, spesso abbandonate troppo
in fretta, e che sono insostituibili per
un rinnovamento periodico e vigoroso
della vita cristiana, bisogna appunto
riprenderle e rinnovarle» (n. 47).
La missione fa sprigionare un insieme di
energie umane e soprannaturali che nella
pastorale ordinaria difficilmente
vengono sollecitate. Nel nostro tempo in
cui si avverte fortemente l'esigenza di
una nuova evangelizzazione per
ricostituire il tessuto cristiano delle
comunità, le missioni al popolo
costituiscono uno strumento da
valorizzare sapientemente. E bene
concepire la missione al popolo come un
"evento straordinario" ma da
innestarsi nella pastorale ordinaria per
finalizzarla allo stile pastorale
missionario. Nell'intraprendere la
missione al popolo è anzitutto
necessario focalizzare chiaramente gli
obiettivi. - Primo obiettivo da
proporsi è l'autoevangelizzazione dei
"praticanti"; solo a questa
condizione la comunità potrà divenire
evangelizzatrice a modo di fermento.
Dichiarava il card. Tettamanzi: “Ci
sono molti battezzati che vivono in modo
assolutamente eguale ai non-battezzati.
Questa è la crisi”. E il Vescovo F.
Lambiasi, scriveva: “Il guaio più
serio della nostra cristianità non è che
siamo pochi cristiani, è piuttosto che
siamo poco cristiani”.
Occorre inoltre studiare e
approntare una strategia per
avvicinare i "lontani" o non
frequentanti. Il documento dei Vescovi,
Comunicare il Vangelo, dichiara a
proposito: “Pur non avendo rinnegato
formalmente il loro battesimo, spesso
non ne vivono la forza di trasformazione
e di speranza e stanno ai margini della
comunità ecclesiale. Sovente si tratta
di persone di grande dignità, che
portano in sé ferite inferte dalle
circostanze della vita familiare,
sociale e, in qualche caso dalle nostre
stesse comunità, o più semplicemente
sono cristiani abbandonati, verso i
quali non si è stati capaci di mostrare
ascolto, interesse, simpatia,
condivisione” (n. 57).
LE PRINCIPALI CARATTERISTICHE DELLE
MISSIONI POPOLARI SONO:
1.
Sono: l'annuncio
kerigmatico della Persona di Gesù e
della sua salvezza offerta a ciascuno,
in un contesto di incontro, ascolto,
dialogo con le persone;
2. l’ itineranza,
che porta a incontrare le persone nel
loro ambiente di vita quotidiana: casa,
lavoro mercato, la strada, scuole,
istituzioni pubbliche, ospedale... ;
3. il carattere popolare:
l'incontro e l'annuncio a tutte le
categorie di persone e all'intera
comunità, coinvolgendo tutto il
quartiere, gli abitanti e l'opinione
pubblica, con particolare attenzione
alle caratteristiche socio-culturali del
territorio.
4.
E’ un segno importante che l'équipe
evangelizzatrice sia “aperta”, cioè non
sia formato solamente di frati e suore
ma comprenda anche laici, delle coppie,
alcuni giovani...
5. La preparazione alla missione è
sommamente importante
perché costituisce una condizione
fondamentale per il buon esito della
missione. Richiede una riflessione e
cura particolare per impostarla nel modo
più appropriato, fissandone gli
obiettivi, i destinatari, il metodo, i
percorsi.
6.
Per ben avviare e condurre la missione
sono indispensabili l'adesione
sincera e il coinvolgimento effettivo
del Consiglio pastorale parrocchiale
e di tutti gli altri operatori
pastorali, incontrati dal responsabile
della missione, come pure le
associazioni, i vari gruppi e movimenti
presenti nella parrocchia.
È bene tener presente e vigilare perché
ci può essere chi, per paure consce o
inconsce, per latente sfiducia, scarso
fervore o per altri motivi, manifesterà
dubbi, critiche, disinteresse, e non
sarà ben disposto ad accogliere la
missione.
Evangelizzare è sempre opera di Dio e
due cose possono bloccarla: il
peccato e la paura. Il
peccato è di dire: “non serve a nulla”.
Si entrerà con piena convinzione nello
spirito della missione se essa sarà
percepita, nella luce della fede, come
un appello dello Spirito Santo e un dono
da offrire al nostro popolo.
7.
Meritano d'esser considerate con
particolare attenzione la
famiglia e due categorie
difficilmente raggiungibili: i non
praticanti e i giovani. Per loro
vanno studiati modalità specifiche di
invito, luoghi di incontro, proposte,
contenuti, linguaggi, secondo quando ci
suggeriscono i Vescovi: “Ci pare
opportuno chiedere per gli anni a venire
un’attenzione particolare ai giovani e
alla famiglia” (n. 51.)
8.
La preparazione non deve essere né
troppo prolungata (rischia di produrre
tedio e di stemperare il senso di
novità), né affrettata (rischia
l'improvvisazione). A tale scopo è
riservata una domenica per l’annuncio
della missione, e si invita a pregare in
ogni messa della domenica con la
preghiera della missione.
9.
Viene proposto con cura il tema,
espresso in una frase biblica o un motto
(Zaccheo, i due discepoli di Emmaus, la
samaritana…). Risulta di grande
efficacia far dipingere o scegliere una
icona ispiratrice, da esporre in chiesa,
nel giorno dell’apertura delle missioni,
e riportala nei vari programmi. Essa può
diventare il soggetto di "lectio divina"
nei vari incontri, nelle celebrazioni,
di composizioni da parte dei ragazzi
ecc.
10.
Si esamina l'opportunità di articolare
la parrocchia in vari settori,
prevedendo per ciascuno l'animazione e
la formazione di Centri di ascolto.
Con queste prime riflessioni che
dovranno essere oggetto di dialogo nel
prossimo Consiglio Pastorale, ma anche
motivo di preghiera di tutti, vi saluto
e prometto la mia preghiera per il bene
della nostra Parrocchia
don Mauro
ANAGRAFE PARROCCHIALE 2006
BATTESIMI
MATRIMONI
1)
NEGRI ALBERTO e GORETTI VIVIANA
UNZIONI
DEI MALATI
Nel mese di febbraio e di marzo due
nostri fratelli hanno ricevuto il
sacramento del sollievo cristiano.
FUNERALI
1)
DE PREVIDE PRATO MARIO di anni 76
2)
LOMBARDI MARTINO di anni 71
3)
AGGRADI PRIMO di anni 92
4)
BULGARON DINA ved. Cavallaro di anni 90
5)
LAZZARIN FORTUNATA ved. Maggi di anni 83
6)
SALTARIN SETTIMIO di anni 76
7)
CORAZZA EMILIA in Puoti di anni 62
8)
MOTTA ALDO di anni 79
9)
RIVA ROSETTA ved. MERLOTTI
UN DECALOGO
per íl buon genitore
1. La prima cosa da fare è banale e risaputa, ma vale la
pena ribadirla. La prima cosa è che il
figlio sia voluto, desiderato. Senza di
questo partiamo già da una condizione di
base non favorevole.
2. Questo secondo punto è realizzabile se è soddisfatto il
primo. Esso consiste nell'usare il
sentimento, l'amore come elemento
fondante del rapporto intrafamiliare e
del rapporto genitori-figli. Bisogna che
questo sentimento d'amore sia maturo e
maturo vuol dire che sia un amore che
non chiede contropartite. Chiedere
contropartite significa lasciarsi
prendere dalla logica più o meno
sottile, più o meno scoperta del
ricatto. Il genitore non preparato cade
facilmente dentro la logica del ricatto:
«Ti voglio bene se fai cosi», «Hai fatto
cosi allora io mi arrabbio». «Non fare
questo sennò alla mamma viene il mal di
testa». Il ricatto più o meno sottile
non è sentimento d'amore. Sentimento
d'amore è quel sentimento che non
riempie d'affetto, non fa trasbordare
l'affetto sul bambino sino quasi a
soffocarlo, perché gli toglie ogni
spazio autonomo. Amore autentico è
quell'amore che sa stimolare
l'autonomia, cosicché il bambino si
renda perfettamente conto di poter
ricorrere al genitore ogni volta che ne
ha assoluto bisogno, senza dover
mettersi continuamente alla prova.
3. È indispensabile saper leggere i bisogni autentici dei
propri figli, soprattutto quelli che i
figli non sanno manifestare apertamente.
La manifestazione di un bisogno non è
sempre esplicita. spesso il bisogno
viene comunicato in forma indiretta.
Talvolta, quando un bambino fa i
capricci o pesta i piedi, l'adulto pensa
che egli voglia dire una certa cosa,
mentre in realtà vuol dire la cosa
opposta. Saper leggere dietro i
comportamenti del bambino i suoi
effettivi bisogni non è mai semplice.
Basta pensare a un esempio classico che
mette in discussione lo stesso concetto
di qualità della vita secondo la
mentalità del bambino, spesso opposta a
quella materialistica della cultura
adulta. II bambino dice: «Voglio che tu
mi compri quel giocattolo, voglio che tu
mi compri quella caramella I genitori
spesso comprano quello che il bambino
chiede, per fargli piacere, per farlo
stare tranquillo. Ma quale domanda reale
il bambino fa dietro quella banale
richiesta? Egli intendeva dire in
realtà: «Voglio giocare con te, voglio
che tu mi dai tempo sufficiente per
stare con te,voglio parlare con te».
Quindi il bambino fa i capricci non
perché rifiuta il genitore, ma perché ne
richiede l'attenzione e l'affetto. Il
bambino esprime in maniera più o meno
velata bisogni quasi sempre non materàli,
come quelli dell'autonomia, della
comunicazione, del rapporto con l'altro.
4. È fondamentale consentire al bambino, perché acquisisca
stima in se stesso, di fare da sé.
Nessuno che abbia poca stima in se
stesso può avere un credo esistenziale
positivo. Chi ha una bassa stima di sé
imposta sempre rapporti con gli altri
disturbati. Egli deve invece sapere di
poter fare da solo e insieme di poter
contare sull'aiuto dei genitori quando
ne ha bisogno. Per fare in modo che
faccia da sé, piuttosto che parlare a
vuoto di libertà, dobbiamo dargli spazi
concreti di libertà in cui gestire
autonomamente se stesso. Questo non vuol
dire lasciarlo in balia di se stesso,
significa invece cercare di dargli
luoghi, spazi, campi d'azione, in cui
possa autogestirsi, ma con alcuni
precisi limiti.
5. Autoritarismo e libertarismo allora? Né l'uno, né
l'altro, ma un equilibrio dinamico fra
questi due tipi di comportamenti
definibile col termine di autorevolezza.
6. II genitore non deve fare nulla per apparire agli occhi
del figlio diverso da quello che
effettivamente è. Uno degli errori più
gravi che il genitore può fare è quello
di voler far finta di essere bravissimo.
bellissimo, formidabile, magari
scimmiottando l'ideale maschile dei mass
media. Infatti i bambini di oggi hanno
tutti gli strumenti per mettere in
discussione questa immagine. Basta che
confrontino il proprio padre con la
figura degli eroi che vedono alla
televisione per rendersi conto che il
loro padre è completamente diverso da
quelli. È molto meglio essere autentici,
è molto meglio che il genitore abbia il
coraggio di essere se stesso.
L'autenticità paga sempre, il contrario
non paga mai. Il figlio ha stima del
genitore che si mostra per quello che è,
che mostra tutti i suoi limiti, che li
ammette, che li discute.
7. Bisogna favorire ogni possibilità e ogni occasione di
socializzazione. Le paure del tipo «Se
vai fuori casa, chissà quali cattive
compagnie incontri» vanno superate.
L'attenzione alle amicizie è necessaria,
ma ci vuole soprattutto la capacità di
impostare il concetto di amicizia
attraverso le cose che si fanno insieme.
Non si può sviluppare un sentimento di
amicizia e di affetto se questo non si
costruisce attraverso qualcosa che si fa
veramente insieme.
8. Occorre coinvolgere il figlio nelle decisioni che
riguardano la famiglia senza aspettare
che abbia compiuto i 18 anni. Il figlio
può dire la sua, deve dire la sua, il
genitore deve ascoltarlo anche quando è
piccolo. Questo vuol dire considerare il
figlio un soggetto, non un oggetto che
si può spostare impunemente da una parte
all'altra. È un soggetto e come tale ha
diritto, ha possibilità di parlare, di
comunicare con noi.
9. Il coinvolgimento del figlio nella vita familiare deve
tendere a sviluppare in lui un
atteggiamento critico. Per sviluppare un
atteggiamento critico, ad esempio verso
ciò che vede alla televisione, il figlio
deve essere abituato a partecipare ai
discorsi dei genitori, deve essere
abituato a parlare e a riflettere su ciò
che vede e su ciò che fa insieme ai
genitori.
10. Perché il genitore faccia bene il suo mestiere, è infine
indispensabile che egli si realizzi come
persona, critica, matura, ben
socializzata. Per essere un genitore che
sa svolgere il proprio ruolo, ciascuno
di noi deve realizzarsi come persona,
impegnata nella propria vita,
interessata ai problemi sociali, aperta,
altruista, anche nelle piccole cose
della vita quotidiana. È importante che
i genitori, la famiglia, non si chiudano
in se stessi, perché solo così potranno
realizzare la propria maturità di uomini
e conseguentemente di buoni genitori.
IL GRAZIE DELLA COMUNITA’
Tante parole non sempre rendono
interessanti i discorsi... a volte una
sola parola racchiude un profondo
significato: grazie!
-
Grazie a tutti coloro che collaborano
per la riuscita dei pranzi mensili che
ogni volta oltre ad essere forma
d’incontro portano alla parrocchia un
ricavato che si aggira sui 500 euro
-
Grazie a chi collabora per l’Oratorio
familiare, momento nel quale diverse
famiglie si ritrovano per riflettere,
giocare, pregare e cenare insieme
-
Grazie a chi ha fatto e comprato le
torte la domenica 26 marzo, abbiamo
ricavato 1.045 euro per il tetto della
chiesa. (continua)
LE RICETTE DI NONNA AMALIA
CROCCHE' DI PATATE ALLA NAPOLETANA
Ingredienti per 5 persone:
· Un chilo di patate rosse
· 2 uova intere
· un fior di latte grande
· sale, pepe, formaggio grattugiato,
prezzemolo tritato, pane grattugiato.
Procedimento:
· Scaldare le patate, spellarle ancora
calde e schiacciarle
· Mettere in un recipiente e aggiungere
· Due tuorli d'uovo, formaggio, sale,
pepe
· Mescolare il tutto e formare i crocchè
· Tagliare il fior di latte a dadini e
mettere un dadino in mezzo al crocchè
· Poi sbattere l'albume delle uova e
formare una schiuma
· Passare i crocchè nell'albume e poi
nel pane grattugiato
· Mettere olio abbondante in una
padella, fare scaldare molto e mettere i
crocchè
· Fare dorare la crosta e togliere dal
fuoco.
Nota:
Per avere ottimi e squisiti crocchè
napoletani devi prepararli almeno 5 ore
prima e metterli in frigo. Quando devi
servirli li togli dal frigo e li cucini.
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